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Il disegno di legge australiano impone alle piattaforme pagamenti a più editori

Le grandi piattaforme dovrebbero accordarsi con almeno otto testate australiane o pagare il 2,5% dei ricavi pubblicitari digitali locali; tetti e quote mirano ad ampliare la distribuzione.

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Il governo australiano porta in Parlamento l’Incentivo alla negoziazione delle notizie e il disegno di legge sui pagamenti al giornalismo, riaprendo il tentativo di trasferire parte del valore generato dalle grandi piattaforme alla produzione nazionale. L’esecutivo ha finalizzato il testo ma serve ancora l’approvazione parlamentare: oneri, compensazioni e distribuzione non sono obblighi vigenti.

Il modello rende gli accordi commerciali meno costosi del rifiuto di negoziare. Una piattaforma coperta senza contratti ammissibili affronterebbe un onere pari al 2,5% dei ricavi pubblicitari digitali australiani. I pagamenti dei contratti accettati possono compensare la passività, mentre chi si ritira del tutto sostiene un costo effettivo maggiore e il gettito viene redistribuito al settore dell’informazione.

La struttura finale richiede accordi con almeno otto imprese mediatiche australiane distinte. Ripristina anche un tetto: nessun contratto può rappresentare più del 25% dell’obbligo totale della piattaforma. Numero minimo e quota massima vogliono evitare che pochi grandi editori assorbano gran parte del valore attraverso un ristretto numero di accordi concentrati.

Il cinque per cento dei fondi effettivamente raccolti andrebbe ad Australian Associated Press, agenzia nazionale non profit che fornisce testi, foto e video ai media. Il sistema raddoppia dal 10% al 20% il peso di giornalisti regionali, editori piccoli e medi e mezzi per comunità sottorappresentate, prevedendo sovvenzioni per pubblicazioni e start-up con ricavi annui sotto 150.000 dollari australiani.

Il governo ha ristretto la base dai ricavi australiani complessivi alla pubblicità digitale, alzando l’aliquota dal 2,25% al 2,5%. I servizi di networking professionale non sono più esclusi, portando LinkedIn nel perimetro insieme a Google, Meta e TikTok. L’intelligenza artificiale generativa resta fuori e sarà trattata con un processo separato sul diritto d’autore.

Il codice del 2021 spinse Google e Meta a firmare accordi con editori australiani e consentiva l’arbitrato pubblico se i colloqui fallivano. Il regime è stato ridisegnato dopo che Meta annunciò la fine dei pagamenti per le notizie in Australia e altrove. Il nuovo incentivo elimina l’uscita senza conseguenze finanziarie, lasciando però i prezzi ai contratti privati anziché a una tariffa uniforme.

Il compromesso non soddisfa pienamente nessuno. Gli editori sostengono che limitare la base alla pubblicità riduca le risorse e possa non sostenere i posti di lavoro, malgrado l’aliquota e la distribuzione più ampie. Le aziende tecnologiche contestano l’onere obbligatorio e i pagamenti oltre l’uso diretto delle notizie. Il governo difende un legame più preciso fra contenuti, pubblico e pubblicità.

Il dibattito parlamentare determinerà se il disegno resta intatto e quando partirà. Bisognerà vedere quali piattaforme superano le soglie, se firmano otto accordi davvero distinti, valore e durata dei contratti e quanto arriva ai media regionali e piccoli. Fino ad approvazione e attuazione, è un’architettura regolatoria negoziata, non un trasferimento completato.